Questa mattina è stata dura. Forse la mattina più difficile della mia vita.
Salutare papà sapendo che tornerà tra un mese, salutare papà sapendo il percorso che dovrà affrontare, da solo, senza alcuna possibilità di aiutarlo, di stargli vicino, di fargli sentire il mio sostegno.
Avrei voluto rimanere freddo, impassibile, come spesso mi accade in queste situazioni. Ma non ci sono riuscito.
Ho provato fino all’ultimo, ho provato a scherzare, a far finta di niente, a non guardarlo. Ma non ce l’ho fatta. E le lacrime sono scese, inesorabili. Ma non me ne vergogno.
So che andrà tutto bene, che papà è forte e che supereremo, che supererà anche questa.
Ma non sono passate nemmeno 24 ore, e sebbene non passassi poi così tanto tempo per davvero con lui, mi manca già. Eccome se mi manca.
Verso le 10 mi ha mandato il video della sua camera di ospedale – lui l’ha chiamata suit – e ho iniziato a sentirmi un po’ meglio.
Mi sembra sereno, e credo che in questo momento sia la cosa più importante.
A lavoro faccio fatica a concentrarmi. Non so se il motivo reale sia la situazione di papà, il calo della mole di lavoro, la pandemia, le cavallette o che cosa.
Non è un periodo facile, ma passerà anche questo.
Oggi pomeriggio io e il mio collega Cristian abbiamo improvvisato uno shooting nel magazzino dell’azienda, è stato un momento rilassante e piacevole.
Ma poi l’allenamento a tennis… Un disastro.
Lo chiamano lo sport del diavolo, ed effettivamente è proprio così.
Ci sono giorni in cui lo ami, e giorni in cui lo odi. O meglio, periodi in cui lo ami e periodi in cui lo odi.
In questo momento io lo sto odiando. Lo sto odiando perché non me ne viene una. Mi sembra di essere un principiante, che ha preso la racchetta in mano da pochi mesi.
Ma non mollo, perché è una delle mie poche, visto il periodo, valvole di sfogo. E poi lo so benissimo: non mi viene un cazzo perché non ho a testa al 100% sul campo da tennis.
Ci sono persone che, anche nei momenti più complicati, riescono a buttare completamente la testa nelle cose che stanno facendo, ad estraniarsi. Io non ci riesco proprio.
Posso provarci, cercare di svuotare la mente, ma non ce la faccio. E quando a tennis non giochi con la mente libera stai ben sicuro che il tuo livello cala drasticamente. O per lo meno, il mio cola a picco.
Per fortuna c’è la birretta post allenamento a tirarmi su il morale.
E poi la videochiamata con papà durante la cena, che fa salire un po’ di malinconia ma ti fa anche stare meglio.
Perché lo vedi, vedi che sta bene, e sei più sereno. Ma il gin-tonic serale non te lo toglie nessuno. Con il libro di Seth Godin, che è poi la spinta a scrivere questa serie di testi.
Vorrei farlo ogni giorno, ma conoscendo la mia forza di volontà non so se ce la farò. Ma mi impegnerò al massimo per farlo.
Domani parlerò di questa cosa anche alla Ale, che è il mio sostegno in questi giorni e so che può aiutarmi meglio di chiunque altro a superare le difficoltà e a portare avanti anche questo progetto. Oltre che a tenermi su il morale con il suo amore e la sua dolcezza. E il suo sorriso. Dio quanto la amo.
Nel frattempo chiudo questo testo ascoltando un po’ di jazz in cuffia, con mia mamma che entra in camera e mi fa un po’ vergognare per quello che sto facendo. Non lo so perché.
Ma è giunta l’ora di andare a letto, domani si prospetta una giornata faticosa, ma con due prospettive che mi fanno felice: ho l’allenamento di padel e poi vado a cena da Ale.
Domani papà farà anche la flebo di chemio. L’ha già fatta una volta ed è stato male, molto male. E questa volta non ci saremo noi vicino ad aiutarlo.
Spero che torvi la forza per reagire e combattere come ha fatto finora. Ne sono certo. Ma vorrei essere li con lui, per potergli stringere la mano o soltanto per potergli raccontare qualche cazzata e cercare di farlo sorridere.
Forza papà, siamo alla manche finale. Manca poco e finalmente tutto sarà finito.
Ti voglio bene.
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